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Gli Alpini

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Gli Alpini "per non dimenticare..."

cappelloA dare un’idea completa...

Adamello «A dare un’idea completa di ciò che neve e ghiaccio e tormenta rappresentano nella guerra alpina e degli sforzi e dei mezzi che la lotta contro tali elementi richiede, può servire lo studio delle operazioni che dal 1916 si svolsero nella regione dell’Adamello.» Tra gli scenari della Prima guerra mondiale, quello dell’Adamello è sicuramente uno dei più proibitivi in cui il nostro esercito si trovò a operare. Tra marzo e maggio del 1916 le truppe alpine combatterono a oltre tremila metri con venti gradi sotto zero, tra crepacci e ghiacciai: un’impresa straordinaria raccontata nei particolari tecnico-operativi da uno dei protagonisti, il generale Cavaciocchi che comandò la 5a Divisione alpina in quella prima guerra bianca dell’Adamello.

cappelloRitornò il silenzio...

sergente " Ritornò il silenzio. Tra noi e Cenci si sentiva qualche breve raffica di mitra. Sul fiume gelato vi erano dei feriti che si trascinavano gemendo. Sentivamo uno che rantolava e chiamava: 'Mama! Mama!'. Dalla voce sembrava un ragazzo. Si muoveva un poco sulla neve e piangeva. 'Prorio come uno di noi' disse un alpino: 'chiama mamma'. La luna correva fra le nubi; non c'erano più le cose, non c'erano più gli uomini, ma solo il lamento degli uomini. 'Mama! Mama!' chiamava il ragazzo sul fiume e si trascinava lentamente, sempre più lentamente, sulla neve."

Il sergente nella neve è un romanzo autobiografico scritto nel 1953 da Mario Rigoni Stern, scrittore italiano. Descrivendo la ritirata di Russia dell'ARMIR nell'inverno del 1942 , il romanzo fornisce un ritratto unico degli eventi della seconda guerra mondiale.

cappelloCristo con gli alpini...

Don Gnocchi "Cristo con gli alpini non è un’opera qualunque. Non è, insomma, un diario, un resoconto, una cronaca, una confessione, ma è un atto di fede gettato nella follia della guerra, un gesto di speranza dedicato a coloro che ormai non ripetevano più questa parola, uno slancio d’amore che replica ai colpi della violenza. Per questo don Carlo porta Cristo al fronte, o meglio lo conduce nella disperazione degli accerchiamenti dove si consumavano le ultime forze."
Questo testo fu scritto nel 1943 davanti all'immane tragedia della ritirata Davanti all’immane tragedia della ritirata di Russia degli Alpini della Divisione Tridentina, che lascia a morire sui bordi delle strade della sterminata steppa russa giovani senza speranza di salvezza alcuna né possibilità, per i moribondi, di essere confortati, se non dalla fede offerta con umiltà, Don Gnocchi "scopre" il volto di Cristo e il senso ultimo di quella terribile vicenda. Così come vide la grandezza dei suoi alpini, dopo la vittoriosa battaglia del 17 gennaio 1943 per rompere l’accerchiamento russo. Una giornata così epica da fargli esclamare: «Dio fu con loro, ma gli uomini furono degni di Dio». È uno scritto-confessione che cambia il corso della sua vita e inaugura la sua opera di carità. Una carità smisurata, che segnerà per sempre la sua esistenza, connoterà una parte della storia d’Italia, e che offre ancora oggi aiuto e speranza alle generazioni che si avvalgono dei servizi della Fondazione che porta il suo nome.

cappelloIl vedere l’immutabile...

centomila Il vedere l’immutabile bianco distendersi a perdita d’occhio, sempre uguale nonostante l’affannoso procedere, dava ai soldati la sensazione d’essere naufragati in uno sterminato mare di ghiaccio dal quale era illusorio pensare di uscire. La speranza non aleggiava più sulle schiere, aveva raccolto l’ali e camminava anch’essa a piedi scalzi fra i soldati, scarmigliata e ansante, scansando cadaveri stecchiti sulla neve

Il libro costituisce uno dei capolavori della letteratura di guerra di ogni Paese: premio Bancarella nel 1964, rievoca la ritirata dalla Russia dell’esercito italiano, nella quale centomila soldati italiani perirono in combattimento o stremati dalla fame e dal freddo. Giulio Badeschi, vicentino, sottotenente medico nelle campagne di Grecia e di Russia, che videro coinvolti centinaia di migliaia di giovani soldati italiani durante la Seconda Guerra Mondiale, è stato testimone diretto delle drammatiche vicende della Divisione Julia, la divisione degli alpini incaricata di arrestare l’avanzata dell’esercito russo sulle rive del Don. In Centomila gavette di ghiaccio Italo Serri, sotto il cui nome si cela l’autore, narra i momenti drammatici di quel “viaggio necessario” vissuto da tanti giovani soldati, in particolare gli eroi della ventisei.

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La storia degli Alpini


image014.png Le Truppe Alpine hanno avuto origine nel 1872, quando il giovane Regno d’Italia dovette affrontare il problema della difesa dei nuovi confini terrestri, che dopo l’infelice guerra del 1866 contro l’Austria, coincidevano quasi interamente con l’arco alpino.

Da poco, infatti, si era compiuta l’unità d’Italia con Roma capitale ed il nuovo stato si trovava a dover affrontare una situazione internazionale molto delicata per il riaccendersi di tensioni con la Francia e con la potente monarchia Asburgica, ancora potenzialmente ostile dopo la cessione del Veneto all’Italia.

La mobilitazione dell’Esercito e la difesa del territorio nazionale erano state, fino allora, previste nella pianura padana in corrispondenza del vecchio Quadrilatero perché le Alpi, nella concezione strategica del tempo, non erano ritenute idonee ad operazioni di guerra. La prima linea difensiva vera e propria era, a quel tempo, imperniata sulle posizioni di Stradella – Piacenza – Cremona in corrispondenza del fiume Po..

L’idea di affidare la difesa avanzata della frontiera alpina ai valligiani del posto anziché ricorrere a truppe di pianura, che oggi appare semplice e logica, a quei tempi era assolutamente originale, quasi rivoluzionaria. Gli esperti militari del tempo erano convinti che una reale difesa sulle Alpi non fosse possibile e che un eventuale invasore dovesse essere fermato e ricacciato solo nella pianura padana. L’ideatore del Corpo degli Alpini fu l’allora capitano di Stato Maggiore Giuseppe Domenico Perrucchetti, nato a Cassano d’Adda, in provincia di Milano il 13 luglio 1839 (a vent’anni fuggì dalla Lombardia, allora sotto la dominazione austriaca, per arruolarsi volontario nell’esercito Piemontese).

image015.png Studioso di storia, conosceva molto bene il nostro confine per avere, negli anni precedenti, effettuato numerose ricognizioni sui passi dello Spluga, dello Stelvio, sulle Alpi Carniche e Retiche, il Perrucchetti conosceva le gesta delle milizie montanare che, fin dai tempi dell’Imperatore Augusto (I, II, e III Legio Alpina Julia), si erano formate sulle Alpi e le avevano difese dalle invasioni barbariche. Conosceva il perfetto organismo delle milizie paesane create da Emanuele Filiberto, l’organizzazione ed i compiti dei “Landesschützen” tirolesi, truppe scelte preposte alla difesa dei confini montani del Tirolo, quelle dei “Cacciatori delle Alpi” delle campagne del nostro Risorgimento e le famose imprese dei Volontari Cadorini di Pier Fortunato Calvi che, nel 1848 per difendere la loro terra dall’invasione austriaca, si trasformarono in audaci e tenaci combattenti.

Prendendo lo spunto da quegli studi ed esperienze, nel 1871 il geniale Ufficiale, appassionato di montagna d’operazioni militari in zone alpine, redasse un’originale memoria nella quale sosteneva e dimostrava il concetto che la difesa di primo tempo (copertura) del confine alpino dovesse essere affidata a presidi di soldati nati in montagna, pratici dei luoghi sin dalla prima giovinezza e sicuramente ben motivati nel caso avessero dovuto effettivamente difendere i propri cari e i propri beni.

Un altro elemento fondamentale su cui il Perrucchetti fondava il suo studio erano i vantaggi, ai fini della celerità e della semplicità di mobilitazione, che il reclutamento regionale presentava, nonché i legami personali tra gli appartenenti ai reparti e le comunità da difendere..

Lo studio del Perrucchetti pubblicato, nel maggio 1872, sulla Rivista Militare Italiana, fu apprezzato e subito condiviso dal generale Cesare Ricotti Magnani, Ministro della Guerra nel governo di Quintino Sella, capì l’importanza della difesa dei valichi alpini e la necessità di disporre, nell’ambito della fanteria, una nuova specialità, particolarmente addestrata per la guerra in montagna.

Ricordo che il gen. Ricotti Magnani, fondatore a Torino nel 1864 del CAI con Quintino Sella, fu l’uomo che in pochi anni, trasformò radicalmente l’organismo militare italiano attuando una profonda ristrutturazione dell’Esercito. Per avere una Nazione a livello europeo egli introdusse, con opportuni correttivi, il sistema prussiano con la ferma breve (tale veniva considerata allora quella di tre anni) e il reclutamento nazionale e non regionale come attuato in Prussia. Per gli alpini era previsto il reclutamento regionale..

Il ministro, per evitare l’ostacolo della Camera dei Deputati, che non vedeva di buon occhio nuovi oneri finanziari,ricorse ad un espediente: inserì negli allegati del Regio Decreto n°1056 del 15 ottobre 1872 che prevedeva un aumento dei Distretti Militari, la costituzione di 15 nuove compagnie distrettuali permanenti, con il nome di “Compagnie Alpine” (per un totale di 2000 uomini), da dislocare in alcune valli della frontiera occidentale e orientale.

A ciascuna delle neo nate compagnie venne assegnato un mulo con una carretta per il trasporto dei viveri e dei materiali. Come arma individuale agli alpini venne dato in dotazione il fucile Wetterli modello 1870 (dal nome dell’inventore, un meccanico svizzero). Così nacquero gli “Alpini”, mascherati da generici distrettuali, fra le pieghe di un Decreto Reale firmato a Napoli da Vittorio Emanuele II, ma con già sulle spalleun fardello di compiti e responsabilità pesanti quanto il loro zaino di allora e di sempre. La divisa era quella della fanteria sino al marzo del 1873. Il privilegio di costituire i primi reparti alpini toccò alla classe del 1852, ovviamente denominata “classe di ferro”. A queste truppe speciali, nel 1874, fu posto sul capo un cappello di feltro nero a bombetta, con una stella di metallo a cinque punte e coccarda tricolore, ornato con una penna nera sul lato sinistro, il quale divenne subito l’emblema araldico dei soldati della montagna. Nel giro di qualche anno le 15 compagnie diventarono 36, su organico di guerra, ed i battaglioni dieci, presero il nome di valli, monti e città, per un totale di 9.090 alpini.

Nel 1882, a dieci anni dalla nascita del Corpo, per esigenze operative si ebbe un più consistente ampliamento del Corpo, con la costituzione dei primi sei reggimenti alpini: il 1°, il 2°, il 3°, il 4°, il 5°e il 6°. Il cappello alpino subì altre modifiche: il fregio a stella fu sostituito con un fregio di metallo bianco raffigurante un’aquila ad ali spiegate sormontata da una corona reale: appoggiata su una cornetta sovrapposta a due fucili incrociati e contornata da una scure e una piccozza, con rami di quercia e d’alloro, essa rappresentava il simbolo di potenza e audacia del Corpo degli Alpini;sul tondino del fregio venne applicato il numero del reggimento e sul cappello della truppa le nappine mutavano di colore a seconda dei battaglioni e cioè bianco (1° battaglione), rosso (2° battaglione), verde (3° battaglione), turchino (4° battaglione). Per identificare gli ufficiali superiori si stabilì di guarnire il cappello con una penna bianca.

Nel 1883 alle truppe di montagna furono date le “Fiamme Verdi” a due punte e s’incominciò a distinguere fra la fanteria alpina e l’artiglieria da montagna. Anche il cappotto con lunghe falde, molto ingombrante, venne sostituito con una mantellina alla bersagliera di colore turchino scuro mentre le scarpe basse furono sostituite da stivaletti alti con legacci simili a quelli usati dai montanari.

In particolare Ricci aveva assegnato alle istituende milizie alpine, ben prima della proposta di Perrucchetti, un ruolo del tutto diverso, e molto più corrispondente a quello che gli alpini avrebbero poi effettivamente svolto durante la prima guerra mondiale: e cioè non un'azione di semplice «frenaggio» (come suggeriva Perrucchetti), bensì di vero e proprio «arresto» e contrattacco in profondità. In sostanza —scrive Franzosi—secondo Perrucchetti l'azione di copertura doveva rappresentare un'azione a sé tante per dare tempo al grosso dell'Esercito di radunarsi in pianura, mentre secondo Ricci la copertura era parte integrante della manovra generale, perchè doveva impedire che le colonne avversarie giungessero in pianura per riunirsi e costituire 'massa'» (6).

L'art. 25 della legge di ordinamento 30 settembre 1873 ufficializzava l'esistenza delle «speciali compagnie alpine, nel numero da fissarsi secondo le esigenze del servizio», costituite presso alcuni distretti. Le prime 15 furono formate alla fine del 1872, in occasione della chiamata alle armi della classe 1852.

Salirono a 24, riunite in 7 battaglioni di 3-4 compagnie ciascuno, il 1° gennaio 1875, e a 36 riunite in 10 battaglioni, nell'autunno 1878. Da notare che Mezzacapo le volle tutte sul piede di guerra con l'organico di 255 uomini, cioè quasi il triplo di quello delle altre compagnie di fanteria e bersaglieri.

In base agli ordinamenti del 1871,1873,1877 e 1880 non erano previste corrispondenti unità alpine di Milizia Mobile e di Milizia Territoriale. Alle compagnie alpine dell'Esercito Permanente erano infatti attribuiti compiti di guerriglia e di difesa locale, che richiedevano personale giovane e allenato: benchè riunite amministrativamente in battaglioni, erano concepite per essere impiegate autonomamente, in conformità con i procedimenti di guerriglia allora teorizzati anche nell'Esercito italiano, in particolare dopo le esperienze dei franchi tiratori del 1870-'71 (7).

Ricotti e Mezzacapo concepivano insomma l'impiego delle compagnie alpine più o meno negli stessi termini di Perrucchetti.

Una svolta decisiva si ebbe invece con il nuovo orientamento offensivista prevalente negli anni ottanta e Novanta. La struttura ordinativa degli alpini venne completamente modificata e il loro numero raddoppiato, riunendoli in unità tattiche di livello superiore alla compagnia, formate generalmente da un battaglione e da una batteria da montagna. Ciò serviva a rendere possibile un impiego offensivo delle truppe da montagna: a svolgere cioè quell'azione di «arresto» che era stata preconizzata da Ricci (8).

image016.png Il regio decreto 5 ottobre 1882 raddoppiò le compagnie, portandole a 72, riunite in 20 battaglioni non più contraddistinti con un ordinativo numerico (come le unità amministrative), bensì con il nome della «valle» alla cui difesa erano destinati, mentre le funzioni amministrative furono accentrate a sei nuovi comandi di reggimento. Inoltre furono costituite le prime due brigate di batterie da montagna (in tutto 6 batterie e 24 pezzi da 70 mm BR). Nuova espansione nel 1887, quando gli alpini raggiunsero la forza di 7 reggimenti, con 22 battaglioni e 75 compagnie e furono sottoposti ad uno speciale Ispettorato delle truppe alpine, retto inizialmente da Pelloux e poi dal generale Heusch, e l'artiglieria da montagna fu riordinata su un reggimento con 9 batterie. Inoltre nel 1888 il nuovo ordinamento della Milizia Mobile, previde 38 compagnie alpine e 15 batterie da montagna assegnate alle unità dell'Esercito Permanente.

Le unità di base delle truppe alpine (compagnie e batterie) dell'Esercito Permanente erano appena 84 su 1.800 circa (cioè appena il 4,7 per cento): ma erano ad organico di guerra (250 uomini e 5 ufficiali), mentre le altre erano al disotto degli organici di pace. Di conseguenza i 19.897 alpini e artiglieri da montagna corrispondevano quasi al decimo della forza bilanciata.

Nel 1902 si cercò di imitare il sistema austriaco delle brigate da montagna sostituendo l'Ispettorato con tre comandi di «Gruppo Alpino», ma nel 1909 si tornò al vecchio sistema, ricostituendo l'Ispettorato, mentre i 22 battaglioni furono ridistribuiti tra 8 reggimenti. L'artiglieria da montagna, salita nel 1894 a 15 batterie, fu ordinata nel 1909 in 2 reggimenti con 8 gruppi e 24 batterie, corrispondenti ai battaglioni attivi. Inoltre furono costituiti i nuclei di mobilitazione di 22 battaglioni della Milizia Territoriale con 75 compagnie.

Al 24 maggio 1915 l'Esercito Permanente comprendeva 8 reggimenti alpini con 26 battaglioni (79 compagnie), la Milizia Mobile 38 compagnie e la Milizia Territoriale 26 battaglioni con 62 compagnie. I battaglioni attivi erano contraddistinti da nomi di città dell'arco alpino, quelli territoriali da nomi di valli. Le unità di Milizia Mobile furono aumentate e costituirono battaglioni contraddistinti da nomi di monti. L'artiglieria da montagna contava 13 gruppi con 39 batterie, più 11 autonome mobilitate da reggimenti da campagna.
Fonte sito truppealpine

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La I Guerra Mondiale

Alpino e fedele mulo

Nell’ottobre 1911 gli alpini parteciparono alla guerra Italo -Turca con dieci battaglioni e 13 batterie di artiglieria da montagna. Al comando dell’8° Reggimento Alpini Speciale (perché costituito con i Battaglioni Alpini Tolmezzo, Gemona, Feltre e Vestone) c’era l’indimenticabile Colonnello Antonio Cantore, che cadrà da eroe sulle Tofane nel luglio del 1915, colpito in fronte da una pallottola.

Secondo una leggenda alpina tutti quelli che muoiono con il cappello alpino in testa salgono nel “Paradiso di Cantore” vicino all’eroico generale, comandante l’Armata delle “Penne Mozze”.Oggi continua, anche per noi, ad accogliere veci e bocia. Nelle tradizioni degli Alpini non esistono comportamenti o sentimenti sleali: il nemico si combatte ma non si disprezza. Pochi anni dopo l’Italia entra in guerra contro l’Austria – Ungheria.

Alla Prima Guerra Mondiale gli Alpini, i “figli dei monti” come li chiamava Cesare Battisti, parteciparono con 88 battaglioni e 66 gruppi di artiglieria da montagna per un totale di 240.000 alpini mobilitati.

Quarantuno mesi di lotta durissima e sanguinosa costituirono per gli Alpini un’epopea di episodi collettivi ed individuali di altissimo valore e di indomita resistenza, di battaglie di uomini contro uomini, di uomini contro le forze della natura, di azioni cruente e ardimentose sulle alte vette dalle enormi pareti verticali, di miracoli di adattamento alle condizioni più avverse e nelle zone alpinisticamente impossibili.

Alpini della Grande Guerra

Alla metà di giugno del 1915 gli Alpini effettuarono la prima leggendaria impresa, la conquista del Monte Nero, davanti alla quale anche i nostri avversari così si espressero: “Giù il cappello davanti gli alpini ! questo è stato un colpo da maestro”.

Dal Monte Adamello al Monte Nero, dalleTofane al Carso, dalla Marmolada al Monte Ortigara, dallo Stelvio al Monte Grappa, dal Monte Pasubio al Passo della Sentinella, aggrappati alla roccia con le mani e con le unghie per lottare contro uno dei più potenti eserciti del mondo, costruirono con mezzi rudimentali strade e sentieri fino sulle cengie più ardite, combatterono memorabili battaglie di mine e contromine, portarono a termine brillanti colpi di mano espugnando posizioni ritenute imprendibili e aggiunsero alle fantastiche leggende delle Dolomiti storie di giganti della lotta in montagna.

Il contributo dato dagli Alpini nella Grande Guerra è ampiamente evidenziato dalle seguenti cifre: ufficiali, sottufficiali e alpini morti 24.876, feriti 76.670, dispersi 18.305.

Monumento ai caduti sul Monte Ortigara

>Un famoso scrittore inglese, Rudyard Kipling, che perse l’unico figlio sul fronte francese, a Ypres, venuto in visita alla fronte italiana nel corso della Prima Guerra Mondiale, espresse questo giudizio sugli alpini: “Alpini, forse la più fiera, la più tenace fra le Specialità impegnate su ogni fronte di guerra. Combattono con pena e fatica fra le grandi Dolomiti, fra rocce e boschi, di giorno un mondo splendente di sole e di neve, la notte un gelo di stelle.

Nelle loro solitarie posizioni, all’avanguardia di disperate battaglie contro un nemico che sta sopra di loro, più ricco di artiglieria, le loro imprese sono frutto soltanto di coraggio e di gesti individuali. Grandi bevitori, svelti di lingua e di mano, orgogliosi di sé e del loro Corpo, vivono rozzamente e muoiono eroicamente”.

Generale di Brigata (ris.) Tullio Vidulich

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La II Guerra Mondiale


La seconda guerra mondiale vide gli alpini impegnati inizialmente sul confine francese durante la battaglia delle Alpi del giugno 1940, dove quattro divisioni Alpine erano schierate in zona di guerra: la Divisione Taurinense schierata sul confine alla testa della Dora Baltea, la Tridentina in seconda linea nella stessa vallata, con alcuni battaglioni Alpini costituiti all'atto della mobilitazione; in riserva erano la Cuneense e la Pusteria, rispettivamente in valle Gesso e val Tanaro. Questi reparti furono inquadrati nel Gruppo Armate Ovest forte di 315.000 uomini lungo tutto il confine. Nonostante le forze preponderanti, le unità italiane furono chiamate ad operare in condizioni precarie e pregiudizievoli in quanto, soprattutto per gli alpini di origine piemontese, il disagio fu acuito dalla constatazione delle ripercussioni sociali ed economiche sulle popolazioni civili. Alpini sul fronte greco-albanese Inoltre migliaia di truppe male addestrate e mal equipaggiate di mezzi e armamenti si trovarono a combattere in un terreno impervio e contro un sistema difensivo di prim'ordine attrezzato con un complesso di oltre 400 opere servite da un'ottima rete ferroviaria e stradale. Il 21 giugno arrivò l'ordine di attacco, e le divisioni Tridentina, Cuneense e Pusteria furono spostate nei rispettivi teatri di scontro; la Tridentina fu spostata in prima linea assieme alla Taurinense con il compito di penetrare verso Bourg St. Maurice dal colle del Piccolo San Bernardo, mentre le altre due divisioni ebbero il compito di penetrazione nel settore Maira-Po-Stura. Ma nella notte tra il 24 e 25 giugno, appena tre giorni dopo l'inizio delle operazioni per le divisioni alpine, fu firmato l'armistizio con la Francia. Nell'ottobre dello stesso anno le divisioni Cuneense, Tridentina, Pusteria e la Alpi Graie furono spostate sul fronte greco-albanese dove era già presente Reparto di alpini sul fronte greco-albanese la Julia,che fu anche la prima a compiere azioni di guerra nel settore. L'invio degli alpini avvenne a causa dello sfondamento del fronte difensivo italiano sulla Vojussa, l'avanzata greca minacciava di raggiungere l'Adriatico e ricacciare oltremare le truppe italiane. Solo grazie all'afflusso di reparti di rinforzo, tra cui le tre divisioni alpine, fu possibile stabilire una posizione di resistenza in grado di reggere fino alla primavera successiva. La Julia venne impiegata nei primi attacchi, ma la disorganizzazione dei comandi fece sì che in appena un mese di difficoltose avanzate, la Julia fu costretta a ritirarsi e a difendersi dalle incursioni greche. A fine dicembre da 9000 uomini la Julia rimase con sole 800 unità. La campagna di Grecia fu un fallimento per l'Italia, e solo l'intervento dell'alleato tedesco nella primavera 1941 diede una svolta alle operazioni. Per assicurarsi il controllo dei Balcani in previsione dell'invasione dell'Unione Sovietica, Adolf Hitler e il suo Stato Maggiore misero a punto l'operazione Marita. L'attacco italo-tedesco partì il 6 aprile e il 23 la Grecia chiese l'armistizio, armistizio che giunse dopo un enorme tributo di sangue per gli alpini, con 14.000 morti, 25.000 dispersi, 50.000 feriti e 12.000 congelati Nel 1942 per decisione di Mussolini e dell'alto comando venne potenziato il corpo di spedizione inviato sul fronte orientale costituendo la cosiddetta Armata italiana in Russia (ARMIR) forte di oltre 200.000 uomini; tra questi, 57.000 costituivano il Corpo d'Armata alpino, composto dalle Divisioni Cuneense, Tridentina e Julia, per un totale di 18 battaglioni alpini, nove gruppi d'artiglieria alpina e tre battaglioni misto genio. Invece di essere schierato sul Caucaso, come inizialmente previsto dai piani dei comandi italo-tedeschi, il Corpo d'armata alpino venne invece impiegato nella difesa del Don dove gli alpini giunsero nella prima settimana del settembre 1942 passando alle dipendenze dell'8a Armata italiana. L'ambiente operativo del Don presentava caratteristiche assolutamente diverse da quelle in cui gli alpini erano addestrati a muoversi; una vasta pianura uniforme e priva di rilievi montuosi, dove un esercito invasore avrebbe dovuto disporre di forze corazzate e motorizzate per trarre beneficio da una fondamentale mobilità sul piano tattico. Il Corpo d'Armata alpino invece disponeva di 4800 muli e 1600 automezzi che sarebbero stati Alpini in marcia nella steppa largamente insufficienti anche in spazi operativi molto più ristretti; mancava inoltre tutto l'armamento anticarro, l'artiglieria contraerea e i mezzi di trasmissione, costruiti per l'impiego in alta montagna, avevano una potenza limitata e non riuscivano a stabilire i corretti collegamenti sulle grandi distanze. In generale tutto l'armamento in dotazione agli alpini fu gravemente insufficiente, non furono forniti spazzaneve, né mezzi cingolati, né slitte, né lubrificanti antigelo né vestiario adeguato né armi automatiche in grado di resistere alle gelide temperature russe. La destinazione del Corpo d'Armata alpino sul Don non era nato da un piano strategico e organico, ma dall'emergenza determinatasi su tutto il fronte russo nell'estate-autunno 1942 e accentuatasi nell'inverno successivo sino alla rotta dei reparti invasori nel dicembre-gennaio. Gli alpini dirottati sul Don arrivarono appena in tempo per essere schierati in prima linea, venire accerchiati dall'avanzata dell'Armata Rossa ed essere costretti a una ritirata epica e tragica nella quale caddero oltre i due terzi degli uomini. Nell'insieme, agli Alpini lungo il fronte del Don alpini spettava un settore di 70 km, per cui non fu possibile tenere una divisione di riserva. Il primo periodo di permanenza in linea degli alpini fu soprattutto di "stasi operativa", senza azioni di rilievo né da una né dall'altra parte, e gli alpini si preoccuparono di garantirsi condizioni di sopravvivenza in vista dell'inverno con la costruzione di ricoveri, postazioni coperte, approvvigionamento di ogni tipo di materiale, scavati fossati anticarro, minate vaste aree e posizionamento di reticolati e postazioni di tiro. Dopo aver sconfitto l'esercito rumeno, accerchiato la 6a Armee tedesca a Stalingrado nel novembre 1942 e distrutto gran parte dell'ARMIR nel dicembre, il 14 gennaio 1943 l'Armata Rossa sferrò la poderosa offensiva Ostrogorzk-Rossoš e sbaragliò le truppe ungheresi e tedesche schierate sui fianchi del corpo alpino che quindi venne rapidamente circondato dalle colonne corazzate nemiche; le tre divisioni Alpine furono costrette a ripiegare con una lunghissima marcia tra le gelide pianure russe, subendo perdite altissime. Due delle divisioni (la Julia e la Cuneense) vennero infine intrappolate a Valujki e costrette alla resa, mentre i superstiti della divisione Tridentina riuscirono ad aprirsi la strada dopo una serie di disperati combattimenti, tra cui il più noto è la battaglia di Nikolajewka, riuscendo a conquistare il paese e uscire dalla "sacca". Le perdite complessive del Corpo d'armata alpino (divisioni alpine Julia, Cuneense e Tridentina e Divisione fanteria Vicenza) nella Inverno 42-43 la ritirata tragica battaglia superarono l'80% degli effettivi schierati sul fronte del Don: su una forza iniziale di circa 63.000 uomini si contarono 1.290 ufficiali caduti o dispersi, 39.720 soldati caduti o dispersi, 420 ufficiali feriti e 9.910 soldati feriti, per un totale di 51.340 perdite. Anche i generali Umberto Ricagno (comandante della Julia), Emilio Battisti (comandante della Cuneense) ed Etvoldo Pascolini (comandante della Vicenza) caddero prigionieri. Ma né cifre né cronologie sono però sufficienti a rendere giustizia dei drammi, del coraggio e della forza dimostrati dai superstiti, dai caduti e da chi fu costretto alla resa. Assai più efficace della storiografia, la letteratura ha consegnato i fatti accaduti in Russia alla memoria futura con libri come "Centomila gavette di ghiaccio" e "Nikolajewka: c'ero anch'io" di Giulio Bedeschi (ufficiale medico), "Il sergente nella neve" di Mario Rigoni Stern e "I più non ritornano" di Eugenio Corti; tutti autori che parteciparono alla ritirata.

Fonte Wikipedia

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Gli Alpini oggi

Il periodo di ricostruzione delle truppe alpine dopo il conflitto fu relativamente lungo; dagli iniziali due battaglioni (Piemonte e L'Aquila) all'istituzione delle cinque brigate che hanno costituito l'organico del corpo alpino fino agli inizi degli anni novanta, trascorsero circa otto anni. I vincoli posti dall'armistizio furono superati solo nel 1949 con l'entrata dell'Italia nel patto Atlantico dove le forze armate si impegnavano a controllare da sole le frontiere orientali e l'ordine pubblico in tutta la penisola. Intanto nell'aprile del 1947 ricomparve il giornale "L'Alpino", anch'esso nato nel 1919 su iniziativa del tenente degli alpini Italo Balbo, poi noto esponente del fascismo. Nell'ottobre del 1948 si svolse a Bassano del Grappa la prima adunata del dopoguerra, che dopo una sosta del 1950 dovuta a ragioni tecniche, riprese senza più interrompersi. Nello stesso anno venne ricostituita la scuola militare alpina di Aosta, mentre la Guardia alla Frontiera, istituita durante il fascismo, fu assorbita dalle truppe Alpine, dando vita alla specialità degli Alpini d'Arresto. Per presidiare le nuove opere fortificate, nei primi anni cinquanta vennero costituiti dapprima i "battaglioni da posizione", poi i "raggruppamenti Gli stemmi delle 5 Brigate Alpine da posizione" per poi passare, nel 1962, ai "reparti d'arresto". I battaglioni da posizione e i reggimenti da posizione fino al 1957 ebbero in carico tutte le postazioni di montagna e di pianura. A partire da tale data, invece, le fortificazioni di pianura restarono alla Fanteria d'Arresto, mentre quelle di montagna passarono definitivamente agli alpini. Verso la metà degli anni cinquanta le truppe Alpine furono quindi portate a cinque brigate:

"Taurinense", di stanza in Piemonte con il comando a Torino ed i reparti in val Chisone, val Susa e nel cuneese; bacino di reclutamento in Piemonte, Valle d'Aosta, piacentino e nelle zone appenniniche della Liguria e della Toscana;
"Orobica", di stanza nell'Alto Adige occidentale, con il comando a Merano ed i reparti in val Venosta e valle Isarco; bacino di reclutamento in Lombardia;
"Tridentina", di stanza in Alto Adige orientale, con il comando a Bressanone ed i reparti in val Pusteria e valle Isarco; bacino di reclutamento in Trentino-Alto Adige e nella provincia di Verona;
"Cadore", di stanza in Veneto con il comando a Belluno ed i reparti nel Cadore; bacino di reclutamento nelle province di Belluno e di Vicenza e nelle zone appenniniche dell'Emilia-Romagna;
"Julia", di stanza in Friuli con il comando a Udine ed i reparti in Carnia (un battaglione, "L'Aquila" distaccato in Abruzzo); bacino di reclutamento nella provincia di Treviso, in Friuli-Venezia Giulia, in Abruzzo e nella provincia di Isernia.

Negli anni '50 nacquero gli alpini paracadutisti "Monte Cervino", specialità nella specialità, che tuttora rappresentano l'élite delle truppe alpine. Altra novità fu l'istituzione dei Centro Addestramento Reclute (CAR), per la formazione iniziale delle reclute di leva. Negli anni settanta, nell'ambito di una ristrutturazione dell'esercito per ridurre i contingenti rendendo l'istituzione militare più efficiente e moderna, le truppe alpine furono riorganizzate con l'abolizione dei reggimenti e la formazione di unità di livello superiore; le brigate. Queste brigate alpine erano riunite nel 4° Corpo d'Armata Alpino del quale il primo comandante nel 1952 fu il generale Clemente Primieri, che comprendeva anche unità di supporto di cavalleria, artiglieria, genio militare, trasmissioni, aviazione leggera e servizi. Compito del IV Corpo d'Armata era la difesa del settore alpino nord-orientale in caso di un attacco sferrato dalle forze del patto di Varsavia. Nell'estate 1972, per Alpini festeggiare il centenario, rappresentanze di cinque brigate alpine e della Scuola Militare Alpina organizzarono il cosiddetto "raid del centenario" con una marcia che da Savona, passando per Trieste, arrivò il 20 luglio a Roma. Dalle truppe alpine dal 1963 era inoltre tratto il contingente che costituiva la componente italiana assegnata all'Allied Mobile Force-Land (AMF-L) della NATO, dipendente dal Comando alleato in Europa. Una piccola e mobile task force formata nell'ambito della Taurinense, formato da 1500 uomini suddivisi in tre unità: il "Gruppo tattico alpini aviotrasportabile", il "Reparto di sanità aviotrasportabile" e il "National Support Element" per il sostegno logistico del contingente.

 

GLI ANNI NOVANTA Nei primi anni novanta, con il venire meno della minaccia sovietica, venne avviato il processo di ristrutturazione dell'esercito, che comportò per le truppe alpine la soppressione di gloriosi reparti, tra i quali anche le Brigate Orobica e Cadore e degli Alpini d'Arresto. Nel 1997 il IV Corpo d'Armata alpino fu riorganizzato nel Comando truppe alpine formato da tre Brigate (Taurinense, Tridentina e Julia), che divennero due nel 2002 in seguito alla soppressione della seconda. Questa ristrutturazione vide gli alpini impegnati in un rinnovamento addestrativo e logistico che gli permise di diventare uno dei reparti più idonei agli impieghi all'estero, là dove servono uomini ben preparati fisicamente, militarmente abituati a muoversi in piccoli gruppi autonomi. Per superare le difficoltà legate all'opinione pubblica contraria ad utilizzare militari di leva per missioni all'estero, nel 1995 è stato introdotto l'arruolamento di personale volontario, e questa nuova disponibilità di personale ha trasformato le brigate in un prezioso serbatoio di unità da utilizzare sia in operazioni di ordine pubblico interno (missioni "Forza Paris" in Sardegna, "Vespri Siciliani" in Sicilia e "Riace" in Calabria), sia in operazioni umanitarie all'estero. A partire dagli anni '90 è iniziato l'impegno delle truppe alpine nelle missioni internazionali e umanitarie all'estero. Tra queste vanno ricordate le missioni di Operazione Albatros

peacekeeping in Libano (missioni "Libano 1" e "Libano 2" tra il 1982 e 1984) e Albania (KFOR 1993, Alba 1997 e AFOR 1999), la missione operazione Provide Comfort nel Kurdistan iracheno al termine della guerra del Golfo, l'operazione Onumoz nel 1993/'94 con le brigate Taurinense e Julia inquadrate nel contingente "Albatros" in Mozambico e lemissioni per il mantenimento della pace in Bosnia (operazione Joint Guard e operazione Costant Guard 1997/1998). Dalla fine degli anni '90 gli alpini hanno visto il loro impegno in Kosovo (OSCE/KVM 1998/'99) dopo l'intervento della NATO e il ritiro dell'esercito serbo, e in Afghanistan (dal 2002 missione Nibbio e operazione Enduring Freedom). Questi sono i principali teatri che hanno visto operare le Penne nere a cavallo tra il novecento e gli anni duemila; e se da un lato ciò ha permesso di apprezzare gli Alpini a livello internazionale, dall'altro ha comportato la riduzione dell'addestramento prettamente alpino a favore di una versatilità d'impiego su ogni teatro mondiale. Con la legge 23 agosto del 2004 nr. 226 venne decretata la sospensione del servizio militare a partire dal 1° gennaio 2005 e con essa la coscrizione obbligatoria. La sospensione della leva obbligatoria ha determinato la fine del reclutamento regionale e dal 2005 gli alpini vengono reclutati su tutto il territorio nazionale.

Fonte Wikipedia

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Gli Alpini "Don Carlo Gnocchi"

"Amiss, ve raccomandi la mia baraca..."

Don Gnocchi giovane Carlo Gnocchi, nasce a San Colombano al Lambro, presso Lodi, il 25 ottobre 1902. Viene ordinato sacerdote nel 1925. Il primo impegno apostolico è quello di assistente d’oratorio. Raccoglie stima, consensi e affetto tra la gente tanto che la fama delle sue doti di ottimo educatore giunge fino in Arcivescovado: nel 1936 è nominato direttore spirituale dell'Istituto Gonzaga dei Fratelli delle Scuole Cristiane. In questo periodo studia intensamente e scrive brevi saggi di pedagogia. Don Gnocchi Alpino Nel 1940 l'Italia entra in guerra e molti giovani studenti vengono chiamati al fronte. Don Carlo si arruola come cappellano volontario, destinazione il fronte greco albanese. Terminata la campagna nei Balcani, nel ‘42 don Carlo riparte per il fronte, questa volta in Russia. Nel gennaio del ‘43 inizia la drammatica ritirata del contingente italiano: don Carlo, caduto stremato ai margini della pista dove passava la fiumana dei soldati, viene miracolosamente raccolto su una slitta e salvato. Ritornato in Italia nel 1943, don Carlo inizia il suo pietoso pellegrinaggio, attraverso le vallate alpine, alla ricerca dei familiari dei caduti per dare loro un conforto morale e materiale. In questo stesso periodo aiuta molti partigiani e politici a fuggire in Svizzera, rischiando in prima persona la vita: lui stesso viene arrestato dalle SS con la grave accusa di spionaggio e di attività contro il regime.

Don Carlo Gnocchi ed i “suoi” Alpini
Gli alpini non dicono nulla. Marciano, lavorano e tacciono.
Quasi ostinatamente. Non chiedono nulla.
Anche l’eroico è per loro normale. Lo straordinario è ordinario.
Io mi vergogno davanti a loro, nel trovare eccezionale e bella questa mia vita,
e penso anche spesso ai nostri ragazzi che sanno troppo poco il sacrificio, o, meglio,
lo sanno troppo esaltare, davanti a sé, davanti agli altri e davanti a Dio.
Potessi imparare anch’io dai miei alpini questa virtù sublime: di rendere naturale
e quasi inavvertito il sacrificio! Noi posiamo troppo.
La sem­plicità evangelica essi solo la possiedono: i poveri e gli umili.
Lo creda, caro direttore, io mi sento umiliato davanti a questi ragazzi.”
(Lettera al direttore del Gonzaga, 20 aprile 1941).

Opera Don Gnocchi A partire dal 1945 viene nominato direttore dell'Istituto Grandi Invalidi di Arosio e accoglie i primi orfani di guerra e i bambini mutilati. Inizia così l'opera che lo porterà a guadagnare sul campo il titolo più meritorio di "padre dei mutilatini". Nel 1947, gli viene concessa in affitto, a una cifra simbolica, una grande casa a Cassano Magnago, nel varesotto. Nel 1949 l'Opera di don Gnocchi ottiene un primo riconoscimento ufficiale: la "Federazione Pro Infanzia Mutilata", da lui fondata l'anno prima per meglio coordinare gli interventi assistenziali nei confronti delle piccole vittime della guerra, viene riconosciuta ufficialmente con Decreto del Presidente della Repubblica. Nello stesso anno, il Capo del Governo, Alcide De Gasperi, promuove don Carlo consulente della Presidenza del Consiglio per il problema dei mutilatini di guerra. Da questo momento uno dopo l'altro, aprono nuovi collegi: Parma (1949), Pessano (1949), Torino (1950), Inverigo (1950), Roma (1950), Salerno (1950), Pozzolatico (1951). Don Gnocchi Nel 1951 la Federazione Pro Infanzia Mutilata viene sciolta e tutti i beni e le attività vengono attribuiti al nuovo soggetto giuridico creato da don Gnocchi: la Fondazione Pro Juventute, riconosciuta con Decreto del Presidente della Repubblica l'11 febbraio 1952. Nel 1955 don Carlo lancia la sua ultima grande sfida: si tratta di costruire un moderno Centro che costituisca la sintesi della sua metodologia riabilitativa. Nel settembre dello stesso anno, alla presenza del Capo dello Stato, Giovanni Gronchi, viene posata la prima pietra della nuova struttura, nei pressi dello stadio di San Siro, a Milano. Don Gnocchi funerale Il 28 febbraio 1956, la morte lo raggiungerà prematuramente L'ultimo suo gesto profetico è la donazione delle cornee a due ragazzi non vedenti quando in Italia il trapianto di organi non era ancora disciplinato da apposite leggi. Il doppio intervento riuscì perfettamente. La generosità di don Carlo anche in punto di morte e l'enorme impatto che il trapianto ebbe sull'opinione pubblica impressero un'accelerazione decisiva al dibattito. Tant'è che nel giro di poche settimane venne varata una legge ad hoc. Beato Don Gnocchi Trent’anni dopo la morte di don Gnocchi, il cardinale Carlo Maria Martini, Arcivescovo di Milano, ha avviato il processo di Canonizzazione che in sede diocesana si è concluso nel 1991.Nel dicembre del 2002 Papa Giovanni Paolo II, riconoscendone l’eroicità delle virtù, ha proclamato don Carlo Venerabile. Nell’inverno del 2004, è stata completata l’istruttoria supplementare diocesana, chiusa solennemente dal cardinale Dionigi Tettamanzi, per l’analisi di un presunto evento miracoloso segnalato alla segreteria della Postulazione della Causa. Nel gennaio del 2009 Papa Benedetto XVI ha firmato il decreto che attribuisce a don Gnocchi il miracolo che ha visto protagonista Sperandio Aldeni, artigiano elettricista e alpino bergamasco, incredibilmente sopravvissuto a una mortale scarica elettrica. Era l’ultimo passo, il più atteso, che ha ufficialmente sancito la beatificazione di don Gnocchi, celebrata a Milano, in piazza Duomo, domenica 25 ottobre 2009, alla presenza di oltre 50 mila fedeli.
Il 25 ottobre - data di nascita - è anche il giorno della memoria liturgica del beato don Carlo Gnocchi.

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La Preghiera dell'Alpino

La Preghiera dell'Alpino

Su le nude rocce, sui perenni ghiacciai,
su ogni balza delle Alpi ove la provvidenza
ci ha posto a baluardo fedele delle nostre
contrade, noi, purificati dal dovere
pericolosamente compiuto,
eleviamo l'animo a Te, o Signore, che proteggi
le nostre mamme, le nostre spose,
i nostri figli e fratelli lontani, e
ci aiuti ad essere degni delle glorie
dei nostri avi.
Dio onnipotente, che governi tutti gli elementi,
salva noi, armati come siamo di fede e di amore.
Salvaci dal gelo implacabile, dai vortici della
tormenta, dall'impeto della valanga,
fa che il nostro piede posi sicuro
sulle creste vertiginose, su le diritte pareti,
oltre i crepacci insidiosi,
rendi forti le nostre armi contro chiunque
minacci la nostra Patria, la nostra Bandiera,
la nostra millenaria civiltà cristiana.
E Tu, Madre di Dio, candida più della neve,
Tu che hai conosciuto e raccolto
ogni sofferenza e ogni sacrificio
di tutti gli Alpini caduti,
tu che conosci e raccogli ogni anelito
e ogni speranza
di tutti gli Alpini vivi ed in armi.
Tu benedici e sorridi ai nostri Battaglioni
e ai nostri Gruppi.
Così sia.

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Il nostro Cappello


IL NOSTRO CAPPELLO


Sapete cos’è un cappello alpino?
E' il mio sudore che l' ha bagnato e le lacrime che gli occhi
piangevano e tu dicevi: "nebbia schifa". Polvere di strade, sole di estati, pioggia e fango di terre balorde,
gli hanno dato il colore.
Neve e vento e freddo di notti infinite, pesi di zaini e sacchi, colpi d'armi e impronte di sassi, gli hanno dato la forma.
Un cappello così hanno messo sulle croci dei morti, sepolti nella terra scura, lo hanno baciato i moribondi
come baciavano la mamma. L 'han tenuto come una bandiera.
Insegna nel combattimento e guanciale per le notti.
Vangelo per i giuramenti e coppa per la sete.
Amore per il cuore e canzone di dolore.
Per un Alpino il suo CAPPELLO è TUTTO

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Inno Nazionale

L'INNO DI MAMELI


Fratelli d'Italia,
l'Italia s'è desta, 
dell'elmo di Scipio
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L'Italia ha di nuovo sulla testa l'elmo di Scipio (Scipione l'Africano), il generale romano che nel 202 avanti Cristo sconfisse a Zama (attuale Algeria) il cartaginese Annibale. L'Italia è tornata a combattere.


s'è cinta la testa. 
Dov'è la Vittoria?
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La Vittoria si offre alla nuova Italia e a Roma, di cui la dea fu schiava per volere divino. La Patria chiama alle armi: la coorte, infatti, era la decima parte della legione romana.

 
Le porga la chioma, 
che schiava di Roma 
Iddio la creò. 
Stringiamoci a coorte
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coorte: nell'esercito romano le legioni (cioè l'esercito), era diviso in molte coorti. Stringiamoci a coorte significa quindi restiamo uniti fra noi combattenti che siamo pronti a morire per il nostro ideale.


siam pronti alla morte. 
Siam pronti alla morte, 
l'Italia chiamò. 
Stringiamoci a coorte, 
siam pronti alla morte. 
Siam pronti alla morte, 
l'Italia chiamò, sì! 


Noi fummo da secoli 
calpesti, derisi, 
perché non siam popoli, 
perché siam divisi. 
Raccolgaci un'unica
bandiera
Close

Una bandiera e una speranza (speme) comuni per l'Italia, nel 1848 ancora divisa in sette Stati.

,una speme: 
di fonderci insieme 
già l'ora suonò.
Stringiamoci a coorte, 
siam pronti alla morte. 
Siam pronti alla morte, 
l'Italia chiamò, sì! 


Uniamoci, uniamoci, 
l'unione e l'amore 
rivelano ai popoli
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Mazziniano e repubblicano, Mameli traduce qui il disegno politico del creatore della Giovine Italia e della Giovine Europa. "Per Dio" è un francesismo, che vale come "attraverso Dio", "da Dio".

 
le vie del Signore. 
Giuriamo far libero 
il suolo natio: 
uniti, per Dio, 
chi vincer ci può?
Stringiamoci a coorte, 
siam pronti alla morte. 
Siam pronti alla morte, 
l'Italia chiamò, sì! 

Dall'Alpe a Sicilia, 
Dovunque è Legnano
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In questa strofa, Mameli ripercorre sette secoli di lotta contro il dominio straniero. Anzitutto,la battaglia di Legnano del 1176, in cui la Lega Lombarda sconfisse Barbarossa. Poi, l'estrema difesa della Repubblica di Firenze, assediata dall'esercito imperiale di Carlo V nel 1530, di cui fu simbolo il capitano Francesco Ferrucci. Il 2 agosto, dieci giorni prima della capitolazione della città, egli sconfisse le truppe nemiche a Gavinana; ferito e catturato, viene finito da Fabrizio Maramaldo, un italiano al soldo straniero, al quale rivolge le parole d'infamia divenute celebri "Tu uccidi un uomo morto".


Ogn'uom di Ferruccio 
Ha il core e la mano; 
I bimbi d'Italia
Si chiaman Balilla
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Sebbene non accertata storicamente, la figura di Balilla rappresenta il simbolo della rivolta popolare di Genova contro la coalizione austro-piemontese. Dopo cinque giorni di lotta, il 10 dicembre 1746 la città è finalmente libera dalle truppe austriache che l'avevano occupata e vessata per diversi mesi.


Il suon d'ogni squilla 
I Vespri
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Ogni squilla significa "ogni campana". E la sera del 30 marzo 1282, tutte le campane chiamarono il popolo di Palermo all'insurrezione contro i Francesi di Carlo d'Angiò, i Vespri Siciliani.

suonò.
Stringiamoci a coorte, 
siam pronti alla morte. 
Siam pronti alla morte, 
l'Italia chiamò, sì! 
 

Son giunchi che piegano 
Le spade vendute;
Già l'Aquila d'Austria
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L'Austria era in declino (le spade vendute sono le truppe mercenarie, deboli come giunchi) e Mameli lo sottolinea fortemente: questa strofa, infatti, fu in origine censurata dal governo piemontese. Insieme con la Russia (il cosacco), l'Austria aveva crudelmente smembrato la Polonia. Ma il sangue dei due popoli oppressi si fa veleno, che dilania il cuore della nera aquila d'Asburgo.


Le penne ha perdute.
Il sangue d'Italia
E il sangue Polacco
Bevé col Cosacco,
Ma il cor le bruciò.
Stringiamoci a coorte, 
siam pronti alla morte. 
Siam pronti alla morte, 
l'Italia chiamò, sì!